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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT>Basilissi Giulia - Il restauro di tre manufatti islamici in metallo ageminato del XII-XIV secolo. Ricerca e sperimentazione di nuove metodologie di pulitura dell'argento e messa a punto di idonei formulati protettivi*
La ricerca sviluppata nel presente lavoro di tesi nasce dalla duplice esigenza di indagare specifici aspetti legati al restauro di tre manufatti d'arte islamica (un astuccio portapenne, una coppa e un candeliere) e dalla scelta di approfondire alcune problematiche sorte durante il mio periodo di formazione in restauro dei metalli. Il punto focale del lavoro effettuato è stato il restauro di opere polimateriche ed in particolare l’individuazione delle più efficaci metodologie di pulitura (valutando anche l’utilizzo di procedure innovative) e di protezione in contesti complessi. La scelta di opere scaturite dalla produzione di culture lontane da quella europea a noi più familiare, ha permesso di affrontare lo studio di materiale e tecnologie non usuali. Le opere oggetto di questa tesi sono infatti prodotti della metallurgia islamica e presentano la coesistenza di più materiali: una struttura di base in lega di rame ageminata in argento, oro, rame con decorazioni ottenute con bitume e gommalacca. Un ulteriore approfondimento ha riguardato l'individuazione di formulati protettivi a minore impatto sulla salute dell'operatore e l'ambiente.
Nella prima fase dello studio è stata effettuata una ricerca bibliografica per approfondire le conoscenze su questi manufatti dal punto di vista storico-artistico e tecnologico. Per la comprensione delle tecnologie realizzative e dei materiali impiegati è stata condotta una vasta campagna di analisi scientifiche. Il confronto poi di diverse professionalità come chimici, restauratori e studiosi di archeometallurgia è stato quindi fondamentale nell'interpretazione dei dati raccolti. Nella fase preliminare di attenta osservazione era stata riscontrata la presenza, all'interno di molte incisioni, di un riempitivo di colore bruno. Le indagini diagnostiche hanno permesso di caratterizzare questo materiale riconducendolo, nel caso della coppa e del candeliere, ad una sostanza idrocarburica (probabilmente bitume) mentre nell'astuccio a gommalacca.
Le indagini avevano inoltre individuato la presenza di alcuni protettivi (cere e resine acriliche) applicati durante precedenti interventi di restauro. La difficoltà era quindi quella di affrontare la rimozione di tali stesure che, nel tempo, erano andate incontro a fenomeni di sbiancamento ed ottundevano le incisioni, senza tuttavia alterare le decorazioni in bitume e gommalacca. Ci siamo quindi concentrati sull'individuazione del solvente o della miscela di solventi più efficace tra quelli a tossicità contenuta. Inizialmente è stato effettuato il test di Wolbers per individuare poi idonei preparati TACO. Prima di procedere con la rimozione dei vecchi protettivi dalle opere sono stati realizzati provini in ottone sui quali sono stati stesi del bitume e della gommalacca, applicati a caldo come riportato in letteratura. Su di essi sono state effettuate delle prove di pulitura per essere sicuri che le soluzioni non avrebbero intaccato i materiali organici originali. Una volta individuata la metodologia di pulitura più idonea siamo intervenuti direttamente sui manufatti.
L'intervento di restauro si è poi essenzialmente incentrato sulla pulitura della parte metallica, particolarmente quella d'argento. Questo era di fatto il metallo più degradato a causa di un'estesa solfurazione che comprometteva un' appropriata lettura delle opere. E' stato quindi deciso di intraprendere uno studio sulle metodologie di pulitura dell'argento rianalizzando i sistemi più consolidati per muoverci poi verso approcci innovativi. Per individuare le principali caratteristiche di ogni tecnica sono stati realizzati provini in argento poi solfurati artificialmente e trattati con varie metodologie di pulitura: meccaniche (abrasivi), chimiche (chelanti) e laser. E' stata poi individuata una nuova categoria di pulitura “dry” incentrata sull'uso di gomme di varia natura chimica. Il supporto scientifico è stato anche in questa fase basilare: le indagini hanno permesso di individuare i difetti ed i pregi dei diversi modi di operare e di dimostrare l'estrema efficacia della nuova metodologia di pulitura con gomme introdotta in questa ricerca. I provini trattati con gomme presentavano infatti un livello di pulitura adeguato, facilmente graduabile e localizzato, privo quasi completamente di residui (quest'ultimi, se presenti, facilmente asportabili con solventi a bassa tossicità). L'azione, pur sempre di tipo meccanico-abrasiva, è tuttavia comparabile o meno aggressiva rispetto altre metodologie “classiche”. La capacità di pulitura delle gomme testate risulta piuttosto differenziata e quindi adattabile alle più diverse esigenze. Inoltre l'enorme gamma di forme e la facilità di modellazione di questi materiali rendono questa tecnica di pulitura molto versatile. Non ultimo dobbiamo sottolineare l'assenza di effetti pericolosi per l'operatore e la facile reperibilità di questi materiali sul mercato. Il livello di pulitura delle agemine in argento è stato calibrato cercando di mantenere un equilibrio con i toni dell'ottone e del bronzo. Anche quest'ultimi sono stati liberati dai vecchi protettivi e dai sali di rame legati a fenomeni di corrosione. Inoltre, tramite un'azione meccanica localizzata e l'uso di gomme, sono state rimosse alcune macchie presenti sulle superfici in ottone e bronzo. Una volta terminata la pulitura si è passati alla ricerca di un idoneo protettivo. Inizialmente è stata effettuata un'estesa ricerca bibliografica per individuare le classi di preparati maggiormente utilizzati per proteggere l'argento: le famiglie delle nitrocellulose, delle resine acriliche e delle cere microcristalline sono risultate le più impiegate, sia in Italia che all'estero. Una volta definite le categorie di materiali, si è proceduto ad individuare i solventi più idonei e rispettosi delle stesure organiche presenti sulle opere. Per le nitrocellulose abbiamo cercato inoltre di individuare per l'applicazione solventi idonei dalla tossicità inferiore rispetto ai solventi classicamente impiegati. Sono stati quindi nuovamente preparati alcuni provini in argento che, protetti con i formulati prescelti e poi inseriti in una camera per indurre la solfurazione, hanno permesso di individuare il preparato più adeguato per bloccare le sostanze esterne responsabili dell'ossidazione dell'argento. Sono state inoltre eseguite valutazioni su come rimuovere le stesure protettive dai provini e con quali solventi. Una volta individuato l'idoneo protettivo si è proceduto alla protezione dei metalli costitutivi delle tre opere.


*Tesi di diploma equiparato a Laurea magistrale in Conservazione e Restauro dei beni culturali (LMR-02) conseguita presso la SAFS dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, a.a. 2014-2015; Relatore coordinatore: Cinzia Ortolani; Relatori: Annalena Brini Andrea Cagnini Clarice Innocenti Massimo Medica.


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