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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT>Belletti Paola - Le pitture ad olio industriali. Problemi meccanici di conservazione*
La pittura ad olio su tela è la tecnica utilizzata per oltre 500 anni fino alla messa a punto di nuovi prodotti sintetici. Svolta nel campo artistico si ha con le innovazioni chimiche e tecnologiche portate dallo sviluppo moderno che ha provocato notevoli cambiamenti nella società del tempo coinvolgendo anche il mondo dell’arte, si assiste infatti al mutamento della concezione dell’arte e della figura dell’artista e alla perdita graduale delle regole tradizionali artigianali lasciando posto alla ricerca di procedimenti tecnici alternativi.  

Una grande rivoluzione infatti si è compiuta nelle tecniche dei vari artisti, partendo dall'introduzione dei colori ad olio in tubetto, per la conservazione e commercio dei colori che ha sostituito la tradizionale vescica di maiale, unitamente ai siccativi, alle vernici a rapida asciugatura, alle oleoresine, a base di olio siccativo non nate per uso artistico ma come pittura domestica, le Ripolin utilizzati da Picasso su supporti rigidi, arrivando all’introduzione degli smalti alchidici sperimentati da alcuni artisti per i propri lavori, come per esempio Pollock, spinti dal desiderio di trovare un prodotto a più rapida essicazione per una pittura più veloce rispetto alla tradizionale pittura ad olio. L'introduzione dei colori ad olio in tubetto nella storia della pittura ha influenzato la tecnica di molti artisti che passano dal preparare in bottega i colori, macinando i singoli pigmenti per unirli all'olio, a diventare l'ultimo consumatore di un prodotto già finito, chimicamente complesso e non sempre stabile, meccanicamente spesso poco adatto ad un supporto flessibile come la tela. Lo sviluppo industriale moderno del XX secolo segue con la scoperta e sperimentazione di nuovi leganti a base di polimeri semisintetici e sintetici nei quali potevano venire dispersi i pigmenti: questo ha rivoluzionato dapprima i materiali caratteristici dell’ambito industriale, principalmente quello automobilistico e successivamente il mondo dell’arte caratterizzato dalla ricerca da parte degli artisti di una alternativa alla pittura tradizionale.

La produzione in scala industriale dei nuovi prodotti, però, porta gli artisti a trascurare la conoscenza dei materiali che utilizza ignorando la loro natura chimica e le loro caratteristiche, fondamentali per il comportamento del colore e di conseguenza dell’opera stessa. Il panorama artistico della prima metà del XX secolo è quindi caratterizzato, accanto all’uso dell’olio, dall’uso degli smalti, di uso industriale e domestico come leganti alternativi: prodotti che nascono per essere utilizzati su supporti rigidi, infatti, non a caso vengono principalmente usati in ambito automobilistico come pittura delle carrozzerie e successivamente utilizzato dagli artisti su supporti rigidi arrivando all’uso di queste pitture rigide su supporti flessibili come la tela.
Il presente lavoro di tesi ha previsto lo studio dei fenomeni meccanici di conservazione che possono svilupparsi su di un dipinto ad olio su tela in relazione ai materiali utilizzati e il suo ambiente di conservazione principalmente a seguito dell’infinità di materiali introdotti nel mercato dell’arte dalla rivoluzione industriale alla fine dell’800 quando ci si discosta dalle tecniche tradizionali. L’interesse dello studio è stato l’analisi dei nuovi materiali e la tecnologia della pittura ad olio: sono stati analizzati i comportamenti dei vari materiali costitutivi un dipinto in relazione tra di essi e con l’ambiente attraverso i dati degli studi meccanici di M. F. Mecklenburg,individuando le diverse morfologie di cretto in modo tale da poter determinare il metodo più idoneo per una corretta conservazione dell’opera e ridurre al minimo nuove formazioni.

Il cretto è un danno fisico della materia, un danno meccanico irreversibile molto riscontrato sui dipinti ad olio su tela, e quando tale fenomeno si produce interferisce con l’aspetto estetico dell’opera a volte deturpante per la lettura dell’opera stessa e nei casi in cui l’alterazione è di elevate entità, può causare un vero e proprio sollevamento e caduta della pellicola pittorica. Il cretto quindi, è un danno meccanico riconducibile a problemi di tecnica esecutiva (caratteristiche della tecnica, fattori interni alla pittura per cui definibili sollecitazioni interne) o dal comportamento dei materiali nel tempo (fattori esterni ad essa definiti sollecitazioni esterne); è un danno causato da svariate azioni che vanno a modificare il rapporto rigidità/flessibilità che esiste nella stratigrafia di un dipinto. Ciascuno strato possiede determinate caratteristiche chimico-fisiche e specifiche proprietà meccaniche tali da garantire la stabilità dell’opera nel tempo. Questa stabilità è data dal giusto rapporto rigidità/flessibilità fra i vari strati costitutivi il dipinto stesso. L’insieme delle modifiche chimico-fisiche che i differenti strati possono subire nel tempo alterano le caratteristiche meccaniche e di conseguenza quelle estetiche del dipinto provocando il degrado della pellicola pittorica e spesso anche della preparazione. In base, ai diversi fattori di degrado che portano alla formazione di cretto, sono state individuate due tipologie: cretto da essiccamento, riconducibile principalmente alle sollecitazioni interne e cretto da invecchiamento, danno del dipinto legato al naturale trascorrere del tempo, fenomeno connesso a fattori di degrado esterni, ai movimenti e agli assestamenti dell’opera in relazione al suo ambiente di conservazione. Il fenomeno del cretto, nell’arte moderna e contemporanea, risulta essere un aspetto molto interessante dove spesso, il cretto viene indotto dall’artista utilizzando la crettatura della materia come elemento espressivo ottenendo particolari effetti estetici. Chiaro esempio più di chiunque altro è Burri (1915-1995), con la sua serie de I Cretti, dove affida totalmente il significato espressivo dell’opera a questa particolare resa della superficie; arrivando alla traduzione di questo suo messaggio in un opera monumentale, Cretto di Ghibellina (1984-1989).

La stabilità e la durabilità di un dipinto ad olio su tela è garantita dall’equilibrio delle tensioni che si vengono a creare all’interno dei vari strati mantenendo il giusto rapporto rigidità/flessibilità. L’approfondimento sul meccanismo di questo fenomeno e la sua morfologia risulta di aiuto per individuare le cause che lo hanno prodotto e controllare l’invecchiamento dell’opera. Lo studio delle tipologie di cretto permettono di capire il valore che esso assume nelle opere d’arte più antiche dove il cretto viene visto come un valore aggiunto all’opera e segno del passaggio del tempo, e in quelle moderne e nelle opere d’arte dove è l’artista stesso ad indurre tale fenomeno. Essendo, quindi, il restauro un momento di conoscenza dell’opera la comprensione dei tipi di cretto che possono manifestarsi su un dipinto è fondamentale per ripercorrere la sua vita ed attuare le migliori misure di prevenzione, conservazione e gestione dell’opera; risulta fondamentale capire la differenza tra il cretto come danno e il cretto come valore espressivo dell’opera, principalmente per quanto riguarda le opere d’arte contemporanea caratterizzate spesso da questo danno meccanico di conservazione molto presto. Il restauratore ha il compito di cercare di attenuare e ridurre al minimo il fenomeno e garantire la conservazione dell’opera d’arte nel tempo. Nei casi in cui, il fenomeno del cretto risulta parte integrante del linguaggio dell’artista, il restauratore deve essere in grado di riconoscerlo e quindi di rispettarlo e di mantenerlo, controllando e monitorando la sua evoluzione nel tempo.


* Tesi di Diploma Accademico di Secondo livello di durata quinquennale in Restauro abilitante alla professione (DASLQ01) conseguito presso I.R.M.- Accademia di Belle Arti di Macerata, a.a. 2013/2014. Relatrice: prof.ssa G. De Cesare


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