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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT>Di Marco Agata Evelina - Un manierista toscano nella collezione del Museo Regionale di Palazzo Mirto: studio e restauro*
Il restauro della tavola dipinta ad olio, raffigurante un ritratto di donna, della metà del XVI secolo e conservato presso la Galleria Interdisciplinare Regionale della Sicilia - Palazzo Mirto, è stato articolato in diverse fasi, consistenti, innanzitutto, nello studio preliminare del manufatto per passare poi al vero e proprio intervento di restauro. A tal fine, è stata condotta un’analisi di carattere storico-artistico basata su una ricerca bibliografica generale, poi integrata dalla consultazione di fonti bibliografiche all’interno delle ex-carceri della Galleria Interdisciplinare Regionale della Sicilia - Palazzo Mirto di Palermo, relative alla famiglia Lanza-Filangeri.
Le indagini conoscitive non invasive e micro-distruttive eseguite sul manufatto hanno permesso di aggiungere informazioni più dettagliate a quei dati ricavati dall’osservazione diretta durante lo studio preliminare e si è proceduto, infine, alla redazione di una ricca documentazione schedografica, grafica e fotografica.

Gli obiettivi del nostro restauro sono stati incentrati sulla conservazione quanto più possibile integrale dell’opera d’arte, agendo nel rispetto dei principi teorici riconosciuti e con mezzi efficaci ma non invasivi. Così come suggerito da Cesare Brandi nella sua “Teoria del Restauro” “la consistenza fisica dell’opera deve necessariamente avere una precedenza, perché rappresenta il luogo stesso della manifestazione dell’immagine”, per cui il nostro restauro è stato mirato alla conservazione della materia e, successivamente, al recupero del tessuto figurativo del dipinto.
Per quanto riguarda il supporto sono state eseguite poche ma necessarie operazioni. Dopo la spolveratura è stato eseguito il consolidamento, necessario poiché il supporto ligneo appariva molto fragile e indebolito dal consistente attacco entomatico pregresso. Infine, è stata effettuata una riequilibratura cromatica dell’impasto pigmentato, relativo al precedente intervento di restauro.
Per quanto riguarda la superficie pittorica si è fatto ricorso a test preliminari finalizzati al riconoscimento della natura della sostanza da rimuovere e alla valutazione della massima quantità di sostanza da asportare. Nel nostro caso si voleva inizialmente assottigliare la vernice non originale ormai alterata, che copriva la pellicola pittorica alterandone completamente la cromia. Dopo questa prima pulitura, ci si è trovati di fronte ad una superficie opalescente e molto disomogenea, effetto questo che può essere ricondotto alla presenza della cera utilizzata nei precedenti restauri, successivamente assottigliata.

Dopo la rimozione della vernice non originale alterata, ci si è resi conto che i precedenti interventi avevano interessato gran parte del margine sinistro del fondo e alcune parti relative all’incarnato. La situazione risultava abbastanza complessa, sia per gli interventi precedentemente subiti dall’opera, sia per la scelta delle operazioni di restauro da eseguire. Con la rimozione delle ridipinture si è evidenziato che il fondo scuro presentava sotto la stuccatura pigmentata, eseguita in un precedente restauro, uno spesso strato di cera, probabilmente d’api, pigmentata di verde nel tentativo di rievocare il verde smeraldo del fondo, tipico dei dipinti dell’epoca. Questa cera è stata assottigliata a bisturi per permettere successivamente l’adesione di una nuova stuccatura.
La scelta di rimuovere parte della stuccatura è stata dettata dal fatto che essa si trovava sopra il livello originale della pellicola pittorica e aveva inglobato buona parte dei frammenti superstiti.
Dopo queste operazioni si è proceduto alla riadesione dei sollevamenti che, essendo molto accentuati, compromettevano l’integrità di buona parte della superficie pittorica. Le altre stuccature realizzate precedentemente, essendo ancora ben adese alla superficie e, quindi, capaci di svolgere la loro funzione, sono state soltanto assottigliate, in modo tale da consentire la stesura di un leggero strato di stucco e ripristinare così il livello superficiale ottimale per la reintegrazione pittorica.

Dopo questa fase, si è dovuto affrontare il problema della ripresentazione estetica. La scelta della tipologia di reintegrazione da adottare si è basata principalmente sulla valutazione delle lacune e sulle caratteristiche dell’opera. Dapprima si è eseguita un’equilibratura cromatica delle abrasioni e, successivamente, si è eseguita la reintegrazione delle grandi lacune.
Al termine dell’intervento di restauro il dipinto è stato rimontato nella sua cornice e ricollocato nel Salottino Giallo del Piano Nobile della Galleria Interdisciplinare Regionale della Sicilia - Palazzo Mirto.


* Tesi di Laurea Magistrale conseguita presso l’Università degli Studi di Palermo, Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, a.a. 2012-2013. Primo relatore: Mauro Sebastianelli; Referente scientifico: Prof.ssa C. Pellerito; Referente storico artistico: Prof.ssa M.C. Di Natale 


Bibliografia essenziale


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▪ Aldrovandi A., Picollo M., Metodi di documentazione e indagini non invasive sui dipinti, Padova 2003; 

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Dipinti su tavola – la tecnica e la conservazione dei supporti, a cura di Ciatti M., Castelli C., Santacesaria A., Firenze 1999;

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▪ Secco Suardo G., Il Restauratore di dipinti, a cura di G. Previati, Milano 1988 ▪ Uzielli L., Conservazione dei dipinti su tavola, Firenze 1994;