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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT>Di Gaetano Serena - Restauro di due sculture lapidee con tracce di policromia: studio di ricomposizione non invasivo*


L’oggetto di studio della tesi è costituito da due frammenti lapidei con tracce di policromia conservati nei depositi della ex chiesa di San Giovanni di Asti (ora sede del Museo Diocesano). Il primo elemento raffigura un busto acefalo, con veste classica e braccia piegate sul davanti nell’atto di reggere un attributo ormai totalmente indecifrabile; il secondo elemento rappresenta la porzione inferiore di una statua in cui si possono ancora individuare tracce di policromia, soprattutto rossa, nella parte bassa. Mentre di questo frammento è possibile conoscere la provenienza (2004, scavo della chiesa di San Giovanni) e la storia conservativa, del busto non abbiamo alcun tipo di documentazione.



I due elementi lapidei, al momento dell’assegnazione, erano considerati, da parte dei funzionari, come totalmente estranei fra loro, da un punto di vista stilistico, formale e conservativo (il busto   presenta   una   patina   superficiale   molto   scura   e   adesa   al   substrato che non è presente nella porzione inferiore). Tuttavia, dall’osservazione congiunta dei due frammenti sono emerse alcune corrispondenze dimensionali e del motivo della veste, rese evidenti con la documentazione grafica di rilievo che, eliminando l’interferenza visiva data dalle forti erosioni, dalle  lacune e dalle mancanze di modellato,  ha permesso  di  focalizzare  l’attenzione  solo  sul  dato  formale.

Lo studio è partito da un‘attenta analisi del materiale costitutivo e delle tecniche di lavorazione che ha fatto emergere ulteriori importanti considerazioni. L’osservazione dello stato di conservazione ha permesso di individuare le cause dei principali fattori di degrado e ricucire la storia conservativa dei due pezzi che sin dall’inizio è apparsa assai problematica.

Nonostante il critico stato di conservazione, le superfici presentavano tracce di strumenti di lavorazione (scalpelli, unghietto e subbia) e di pigmenti (rosso, blu e bianco). Attraverso un piano diagnostico multidisciplinare è stato possibile ricostruire la tavolozza utilizzata dallo scultore (azzurrite, minio, cinabro e biacca), individuare il litotipo costitutivo e caratterizzare la patina bruna presente sul busto come presunto prodotto di alterazione (visto il colore scuro) di un’originale preparazione a base di gesso e piombo (biacca).

Il litotipo costitutivo è risultato essere una calcarenite a grana fine e matrice carbonatica. La pietra si caratterizza per l’abbondante contenuto paleontologico (foraminiferi planctonici, rodoliti e molluschi) e per la presenza di minerali accessori provenienti dalle Alpi che confermano la provenienza locale (bacino piemontese terziario del Miocene).

I risultati scientifici, uniti all’accurata analisi delle due interfacce di rottura, hanno confermato l’intuizione iniziale, cioè che si trattasse di due elementi appartenenti alla stessa statua, trovati in due momenti storici diversi e con una storia conservativa totalmente differente. L’analisi dello stato di conservazione ha restituito un manufatto gravemente compromesso, con fenomenologie di degrado (mancanze, decoesione, scagliature, fratture, macchie, attacchi biologici, erosioni superficiali) diffuse su buona parte delle superfici.

Acquisiti questi dati il progetto di ricerca si è concentrato su tre aspetti:
  • Approfondimento storico-artistico volto all’individuazione dell’opera nel contesto scultoreo e architettonico di riferimento;
  • Sperimentazione e test per determinare i migliori materiali d’intervento;
  • Intervento di restauro e progettazione di un sistema di ricomposizione;
Lo studio storico, interpolando dati archeologici, documentali e la bibliografia di settore, ha permesso d’individuare per Asti un sistema di doppie cattedrali già dal periodo paleocristiano. Grazie ad elaborazioni grafiche è stato anche possibile rappresentare l’aspetto del gruppo episcopale fra fine XIII e inizio XIV secolo, momento in cui l’opera oggetto di studio è stata dismessa.
 
La ricerca iconografica, partita dall’esame dell’attributo e della tipologia di veste, ha portato all’identificazione della figura di un santo apostolo, ipotesi condivisa anche dai funzionari di soprintendenza. Lo studio dell'opera  ha anche permesso di comprendere meglio il contesto scultoreo astigiano del primo quarto del XIV secolo attraverso la relazione con altre reperti presenti nel territorio. I dati finora raccolti permettono di mettere insieme queste esperienze scultoree proponendo un nuovo trait d'union fra le esperienze di stampo francese e la cultura trecentesca toscana.
 
Considerando la natura di bene archeologico e il precario stato di conservazione, in concerto con la Direzione dei Lavori è stata operata una scelta di minimo intervento che ha previsto una pulitura meccanica dei depositi superficiali incoerenti e il consolidamento localizzato del materiale lapideo.
Il lavoro è quindi proseguito con una sperimentazione volta a determinare il consolidante più idoneo e la metodologia di applicazione più indicata per il trattamento di questa biocalcarenite, compromessa soprattutto nella parte inferiore. Sono stati testati consolidanti inorganici su una serie di campioni lapidei compatibili col materiale costitutivo e alla fine è stato individuato un nanoconsolidante inorganico di natura carbonatica. Il consolidante è stato scelto in base alle capacità coesive (tape test), alla risposta cromatica (misure colorimetriche), alla variazione di porosità (test delle spugnette) e non ultimo per affinità chimica con la matrice carbonatica.
 
Per la ricomposizione è stato progettato un metodo innovativo: Attraverso la realizzazione di una scansione laser delle due interfacce di rottura è stato creato un modello  virtuale  della  porzione  di  materiale  mancante  fra  i  due  elementi. Grazie all’ausilio di tecnologie di stampa 3D, dal modello virtuale è stata realizzata una controforma rigida (in materiale leggero, totalmente inerte e stabile e con ottime caratteristiche fisiche e meccaniche) che, restituendo un perfetto contatto fra le due interfacce di rottura, ha permesso di scaricare il peso dell’elemento superiore in modo omogeneo sull’elemento inferiore. Questo sistema, non richiedendo alcun tipo di adesivo e/o sostegno meccanico, che spesso caratterizzano operazioni di questo tipo, ha consentito di realizzare un intervento che si configura come non invasivo e perfettamente reversibile.

* Tesi di Laurea Magistrale a ciclo unico quinquennale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali (LMR-02) conseguita presso Università degli studi di Torino in convenzione con Centro Conservazione e Restauro dei Beni Culturali "La Venaria Reale", a.a. 2014/2015. Relatori: Maria Concetta Capua, Tommaso Poli; Correlatori: Nicola Carlo Amapane, Daniele Castelli, Fabrizio Crivello.

 
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