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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT>Baruffetti Maria - La Venere romana rinascimentale della collezione Cospi ed il Cavallo in corvetta attribuito a Ferdinando Tacca del Museo Civico Medievale di Bologna. Il restauro dei due bronzetti come occasione per lo studio di finiture superficiali, di una soluzione meccanica per il montaggio degli elementi e di una nuova proposta espositiva*
Il lavoro di restauro condotto su due bronzetti provenienti dall'eclettica raccolta di Ferdinando Cospi, ora parte delle raccolte dei Musei Civici di Bologna, è stato impostato affrontando innanzitutto la  ricerca iconografica. Per un'opera in  particolare, la Venere romana,  datata alla seconda metà del XVI secolo ed attribuita ad una bottega veneta, lo studio del soggetto ha visto aprirsi una nuova proposta di lettura, che cambierebbe il nome dato al bronzetto dal 1677 ad oggi suggerendo una revisione dell’interpretazione.
 
Si  sono  affiancate  alle  ricerche  storico-artistiche  tutte  le  analisi  conoscitive  effettuate  per completare la descrizione dei due bronzetti anche dal punto di vista tecnologico: oltre a caratterizzarne la lega costitutiva (mediante indagine LIPS, XRF), si avanzano ipotesi sulla tecnica di esecuzione. Nel caso specifico della seconda opera, il Cavallo in corvetta attribuito a Ferdinando Tacca, la ricostruzione del procedimento di realizzazione, grazie al supporto dei riscontri analitici (RX, FT-IR, SEM_EDS), porta a deduzioni di precisi passaggi, meditati per la produzione copiosa di repliche e varianti.
 
Si è inoltre esaminata la presenza di sostanze filmogene sulle superfici di entrambe le opere, con la consapevolezza che oltre alle superfetazioni, stesure applicate in seguito a manomissioni, manutenzioni e restauri pregressi, i bronzetti usciti dalle fonderie creatrici venivano – e vengono tutt’ora – sottoposti ad interventi di patinatura volti a conformarne la “pelle”. Partendo dallo studio effettuato nel 2010 da Stone, Conservatore del MET, si è così impostata una ricerca sulle stesure filmogene presumibilmente adoperabili per la coloritura o la verniciatura. È stata realizzata una selezione ragionata di 25 campioni, applicando diverse sostanze sulle superfici di “panetti” di bronzo: dalle vernici oleoresinose già studiate da Stone, ad altre suggerite da testi come il manoscritto del De Mayerne, dalle lacche usate sugli strumenti scientifici in  ottone, a ricette
 
Parallelamente alla ricerca sperimentale, è stato portato avanti l'intervento di restauro pratico sui due bronzetti. Il bronzetto della Venere romana risultava pesantemente alterato da un riempimento di lega da saldatori (stagno-piombo), realizzato in un maldestro tentativo di riaccostare le gambe al resto del corpo, che ci restituiva una figura con le fratture scomposte delle cosce, in bilico sulla sua base espositiva. La rimozione della lega stagno-piombo è stata ottenuta meccanicamente e ciò oltre a consentire il ripristino formale della Venere, ha avuto il sorprendente effetto di aprire una via di accesso per lo studio della superficie interna del bronzetto, come noto depositaria di tracce della tecnica di fabbricazione. Per mantenere facilmente raggiungibili queste porzioni della cavità interna è  stato  pertanto  proposto  un  rimontaggio  reversibile  mediante  elementi  in  resina  strutturale, stampati a partire dall’acquisizione tridimensionale del calco interno delle cavità; gli elementi sono posizionati all’interno dell’opera evitando l’utilizzo di collanti, optando piuttosto per un sistema di viti e grani, collegati tra loro con l’ausilio di due “supermagneti”, magneti al neodimio con forza di attrazione calibrata per sostenere il peso della parte superiore dell’opera.

Ha concluso l’intervento di ripristino strutturale delle due opere l’avanzamento di due soluzioni per le nuove basi espositive. Per la Venere romana la soluzione di un cilindro in polimetilmetacrilato satinato, risponde alla necessità di non imporre – alla luce di una revisione critica del soggetto rappresentato - una visione frontale arbitrariamente scelta ed uno specifico colore. Nel caso del Cavallo in corvetta attribuito a Ferdinando Tacca invece, proprio ripartendo dalla ricerca iconografica, è stata realizzata una base che si affiancasse alla tipologia più frequente per cavallini simili, senza tuttavia risultare imitativa e falsificante. Creata con il colaggio di una resina epossidica pigmentata con filtro anti-invecchiamento, già testata nel restauro dei bronzi, la base accoglie i perni delle zampe di appoggio bloccandoli con un sistema facilmente smontabile, affidato a grani in acciaio inox e rondelle in lega di rame.


*Tesi di diploma equiparato a Laurea magistrale in Conservazione e Restauro dei beni culturali (LMR-02) conseguita presso la SAFS dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, a.a. 2014-2015; Relatori: Agnoletti, Galeotti, Mazzoni, Brini, D'Apuzzo


Bibliografia essenziale


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