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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT
L’oggetto dell’elaborato di tesi è un dipinto ad olio su tavola proveniente dai depositi del museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, realizzato da Teramo Piaggio presumibilmente nella prima metà del XVI secolo e raffigurante Sant’Erasmo in cattedra tra San Nicola da Bari, San Giovanni Battista, Santa Chiara e un Santo vescovo.
La velinatura resta oggi una tecnica poco indagata, sebbene sia largamente impiegata per la protezione degli strati costitutivi di un dipinto, oltre che per la loro riadesione e consolidamento.
“Il Codice Rossi 205: archeologia, diagnostica, sperimentazione e restauro di un manoscritto in pergamena (XV sec) della Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana” Il presente elaborato di Tesi Magistrale descrive l’intervento conservativo effettuato sul manoscritto membranaceo Summa de casibus conscientiae di Bartolomeo da San Concordio (XV sec.) appartenente alla Biblioteca Nazionale dei Lincei e Corsiniana.
Il corredo della tomba 50, proveniente dalla Necropoli longobarda di Momo (prov. Novara), è stato oggetto di studio e restauro nell’ambito della presente tesi magistrale. Un coltello e una spada, prelevati con la rispettiva terra di giacitura, sono i principali elementi del corredo, unitamente a manufatti in ferro di piccola dimensione, probabilmente appartenenti alla cintura in cuoio cui erano sospese le armi.
Il presente elaborato di tesi magistrale tratta dell’intervento di conservazione e restauro condotto su un antico strumento scientifico proveniente dal Castello Cavour a Santena. Questo si compone di un telescopio terrestre e degli elementi accessori di corredo necessari per il suo utilizzo, quali: la base di supporto, il treppiede e la custodia. 
Il Museo Enrico Butti di Viggiù, un piccolo borgo in provincia di Varese, custodisce numerosi modelli e bozzetti in gesso delle opere realizzate da Enrico Butti : artista eclettico della scultura lombarda di fine Ottocento ed inizio Novecento.
Il lavoro di restauro condotto su due bronzetti provenienti dall'eclettica raccolta di Ferdinando Cospi, ora parte delle raccolte dei Musei Civici di Bologna, è stato impostato affrontando innanzitutto la  ricerca iconografica. Per un'opera in  particolare, la Venere romana,  datata alla seconda metà del XVI secolo ed attribuita ad una bottega veneta, lo studio del soggetto ha visto aprirsi una nuova proposta di lettura, che cambierebbe il nome dato al bronzetto dal 1677 ad oggi suggerendo una revisione dell’interpretazione.
La ricerca sviluppata nel presente lavoro di tesi nasce dalla duplice esigenza di indagare specifici aspetti legati al restauro di tre manufatti d'arte islamica (un astuccio portapenne, una coppa e un candeliere) e dalla scelta di approfondire alcune problematiche sorte durante il mio periodo di formazione in restauro dei metalli. Il punto focale del lavoro effettuato è stato il restauro di opere polimateriche ed in particolare l’individuazione delle più efficaci metodologie di pulitura (valutando anche l’utilizzo di procedure innovative) e di protezione in contesti complessi.
L’opera oggetto dell’elaborato è stata realizzata nel 1961 dall’artista Piero Tredici (Sesto Fiorentino 1928-2011) e era conservata nei depositi della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti di Firenze. Il dipinto a olio su compensato appartiene alla Collezione del premio Fiorino in quanto vincitore del premio acquisto della XIII edizione. L'intervento conservativo si è strutturato in tre parti fondamentali: la fase preliminare di messa in sicurezza; la sperimentazione sui prodotti da impiegare; le operazioni di restauro. A queste si aggiunge una quarta parte riguardante il progetto di schermatura del retro in vista della ricollocazione.
La pittura ad olio su tela è la tecnica utilizzata per oltre 500 anni fino alla messa a punto di nuovi prodotti sintetici. Svolta nel campo artistico si ha con le innovazioni chimiche e tecnologiche portate dallo sviluppo moderno che ha provocato notevoli cambiamenti nella società del tempo coinvolgendo anche il mondo dell’arte, si assiste infatti al mutamento della concezione dell’arte e della figura dell’artista e alla perdita graduale delle regole tradizionali artigianali lasciando posto alla ricerca di procedimenti tecnici alternativi.  
Il tema sviluppato in questa tesi si baserà sullo studio e sul restauro di un dipinto su tela raffigurante la Natività con Santa Lucia, San Vincenzo Martire e San Domenico, della seconda metà del XVII secolo.
L’opera oggetto di questa tesi è il bozzetto in gesso patinato raffigurante L’Assunta, realizzato dallo scultore Luciano Minguzzi agli inizi degli anni Sessanta. L’opera venne eseguita per il V portale in bronzo del Duomo di Milano, per la cui realizzazione Minguzzi vinse il concorso bandito dalla Veneranda Fabbrica del Duomo nel 1951. Il portale venne inaugurato nel 1965, dopo quattordici anni di lavoro. La figura dell’Assunta doveva originariamente collocarsi sulla sommità del portale ma nel 1963 venne richiesta dalla Commissione Artistica della Fabbrica la sostituzione di tale figura con lo stemma papale di Paolo VI. Gli studi interdisciplinari condotti durante questa tesi, finalizzati al restauro dell’opera, hanno rappresentato un’occasione di studio e di ricerca sulla tecnica artistica di questo grande scultore del Novecento.
Il presente contributo raccoglie tutti i risultati acquisiti nell’ambito dello studio interdisciplinare condotto in occasione dell'intervento di restauro della pala d'altare cinquecentesca, proveniente dalla chiesa parrocchiale di Paderno d'Adda (LC) raffigurante la Pietà tra i santi Ambrogio e Girolamo.
L’opera conservata nella Chiesa di San Fermo minore, conosciuta anche con il nome di “ Casa dei Padri Filippini” sita a Verona, è stata sottoposta in passato a un intervento di restauro che ha compromesso la sua integrità. 
Il lavoro svolto all’interno delle tabernae delle Domus Tiberiana sulla Via Nova al Palatino, su superfici che potevano apparire senza valore, degradate e manomesse ha proprio l’obiettivo di sensibilizzare l’attenzione verso le murature antiche e sottolineare l’importanza della figura di un conservatore-restauratore che sia in grado di intervenire su tali manufatti. Questi opererà collaborando e non sostituendo le altre figure professionali, quali archeologi, architetti ed esperti scientifici, apportando così il proprio contributo alla stesura ed esecuzione di un progetto corale più ampio.
Il dipinto raffigura la Madonna del Latte tra i Santi Onofrio e Nicola Vescovo, proviene dalla Chiesa dell’Annunziata di Termini Imerese, attualmente si trova nel Duomo della stessa città, ovvero la Chiesa di San Nicola di Bari. Il manufatto è firmato <<F. Quaraisima>> e viene riportata anche la scritta che rimanda ai committenti: <<Macinatorum et Molitorum opus>> e la data 1630.
La metodologia dell’intervento di restauro

La tesi tratta l’intervento di restauro effettuato su di una cornice del XVI secolo conservata presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. L’opera costituisce un raro e prezioso esempio di cornice lignea interamente intagliata, dorata e dipinta. Particolarità della cornice è la presenza di eleganti formelle dipinte ad olio lungo la fascia piatta e di vere e proprie sculture lignee realizzate a tutto tondo e applicate lungo il perimetro dell’opera.
Oggetto di tesi è la statua proveniente dal Duomo di Milano “Adamo con il piccolo Abele”, realizzata in marmo di Candoglia.
Il gruppo scultoreo è stato esposto sulla Cattedrale prima di essere esposto nel 1953 nel Museo dell'Opera del Duomo. Nel 2011 quest'opera ha fatto parte della mostra per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia ed è andata poi in restauro nei laboratori del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, prima di tornare a far parte dell'allestimento del nuovo Museo del Duomo (Novembre 2013).
L’elaborato comprende una ricerca a tutto tondo, storico-artistica, scientifica e tecnica, sull’opera in gesso con colorazione artificiale color bronzo conservata al Museo di San Martino di Napoli,
La tesi in oggetto descrive l'iter che ha portato al recupero di un mosaico pavimentale di epoca romana, ritrovato allo stato frammentario in una domus scoperta nel 2006 in corso Divisione Acqui ad Acqui Terme (AL). Il reperto, di grande valore in quanto unico esempio policromo finora attestato ad Aquae Statiellae, decorava un ambiente, in origine riscaldato ad ipocausto, riferibile alla seconda fase costruttiva dell'abitazione (III secolo d.C.).
Tra la fine del 2009 e il 2011, durante una campagna di scavo a Sant’Ambrogio di Valpolicella (Verona), è emerso un abitato romano con apparati musivi (due stanze nominate vano A e vano B) di epoca tardoantica (III-IV secolo d.C.). Il mosaico oggetto di questo studio (vano A sezione 2) è stato distaccato nel 2013 a cura della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, precisamente dal Nucleo Operativo di Verona. È stato successivamente trasferito nell’Accademia di Belle Arti nell’ottobre del 2015.

La tesi si occupa dello studio e del restauro di un Rilievo geologico di epoca ottocentesca, rappresentante la Provincia di Napoli e dintorni, realizzato per la casa editrice Paravia da Domenico Locchi, cartografo e plasticista. Il manufatto, appartenente alle collezioni dell’Università degli Studi di Torino conservate nel Museo Regionale di Scienze Naturali, è di proprietà del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università. Il valore di questo oggetto, come strumento di immagine e diffusione della cultura geologica, non risiede solo nella profonda capacità tecnica coniugata alla attenzione scientifica con cui fu realizzato, ma anche in quanto testimonianza della volontà unificatrice e modernizzatrice della comunità scientifica nel periodo dell’Unità d’Italia.
L’elaborato di tesi descrive l’intervento di restauro del dipinto cinquecentesco realizzato su tavola raffigurante l’Adorazione dei Pastori con Santo vescovo, di autore ignoto, oggi conservato presso i depositi della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis di Palermo.
 
L’elaborato di tesi descrive l'iter che ha permesso di eseguire il restauro pilota di 6 frammenti in gesso appartenenti a un imponente fregio neoclassico rinvenuto in frammenti di varie dimensioni nell’estate del 2012 in un locale della Margaria nel parco del castello di Racconigi (CN). La tesi di laurea magistrale è stata l’occasione per avviare uno studio interdisciplinare dell’opera nel suo insieme e per mettere a punto le metodologie di intervento idonee per il restauro, la conservazione e l’esposizione dei frammenti oggetto di tesi, fornendo al contempo le linee guida per giungere al recupero dell’intero fregio.
Il lavoro di tesi e la documentazione prodotta hanno avuto come obiettivo principale quello di conoscere a fondo le caratteristiche delle opere della collezione contemporanea del Museo Civico di Castelbuono e di creare un archivio digitale nella sede espositiva per una programmazione della loro conservazione sia come opere della memoria che nella loro fisicità.


L’oggetto di studio della tesi è costituito da due frammenti lapidei con tracce di policromia conservati nei depositi della ex chiesa di San Giovanni di Asti (ora sede del Museo Diocesano). Il primo elemento raffigura un busto acefalo, con veste classica e braccia piegate sul davanti nell’atto di reggere un attributo ormai totalmente indecifrabile; il secondo elemento rappresenta la porzione inferiore di una statua in cui si possono ancora individuare tracce di policromia, soprattutto rossa, nella parte bassa. Mentre di questo frammento è possibile conoscere la provenienza (2004, scavo della chiesa di San Giovanni) e la storia conservativa, del busto non abbiamo alcun tipo di documentazione.

Il restauro della tavola dipinta ad olio, raffigurante un ritratto di donna, della metà del XVI secolo e conservato presso la Galleria Interdisciplinare Regionale della Sicilia - Palazzo Mirto, è stato articolato in diverse fasi, consistenti, innanzitutto, nello studio preliminare del manufatto per passare poi al vero e proprio intervento di restauro. A tal fine, è stata condotta un’analisi di carattere storico-artistico basata su una ricerca bibliografica generale, poi integrata dalla consultazione di fonti bibliografiche all’interno delle ex-carceri della Galleria Interdisciplinare Regionale della Sicilia - Palazzo Mirto di Palermo, relative alla famiglia Lanza-Filangeri.
Due opere grafiche di Diana Scultori sono state oggetto di un intervento di restauro che ha permesso di integrare le innovative metodologie di pulitura di opere d’arte su carta con un approccio scientifico-diagnostico altamente specializzato e creato ad hoc per le esigenze conservative dei manufatti cartacei.
Il restauro di manufatti di oreficeria presenta problematiche specifiche legate alla storia conservativa degli oggetti e al loro degrado, all’aspetto funzionale che spesso caratterizza questa classe di manufatti, e alla poca attenzione che, fino ad anni recenti, la storia del restauro e la teoria della conservazione hanno dedicato a questo settore, determinando l’assenza di precise indicazioni di metodo negli interventi effettuati.
Il lavoro di tesi è incentrato sullo studio codicologico e l’intervento di restauro del manoscritto persiano INV.1093 conservato presso il Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” di Roma.
Sono partito ricostruendo la storia del Museo e delle collezioni, in particolare quella di codici e manoscritti che, sono presenti in numero limitato ma che costituiscono un nucleo molto importante tra i materiali che l’istituzione conserva.
Importante è stato l’inquadramento storico a livello sia geografico sia culturale nel quale l’autore del testo (Bedil) è vissuto e ha lavorato.
The analysis and the conservation of an Armenian illuminated manuscript (Maštoc‘) from the XIVth century is presented. The codex was discovered in 2014 in the Museum of Cappuccini in Reggio Emilia and is now property of the Library of the same Order in Bologna. The results of the codicological and scientific analysis allowed us to confirm the provenience from the Armenian Kingdom of Cilicia: the manuscript has a typical Armenian leather binding, blind-tooled with residues of the fore-edge flap and of the fastening (of the leather strips and wooden pegs type). The technique of the sewing of Armenian raised headbands “S” variant, five needles-sewing is reconstructed. A new Armenian sewing structure is observed and is here illustrated for the first time: a herringbone stitch with supported kettle-stitches.
L’intervento di restauro oggetto di questa tesi è relativo alla scultura lignea raffigurante una Madonna in trono con Bambino, proveniente dalla chiesa di San Pietro Apostolo a Gambellara(VI). Essa era caratterizzata da una serie di elementi anomali relativi alla tecnica esecutiva, a cominciare dall’intaglio raffinato dei capelli e del viso che non trovava un corrispettivo in quello del corpo e del trono, più lineare e grossolano.
Il Trentino, per la sua posizione geografica è, nel periodo medioevale, un crocevia di culture diverse: le tendenze artistiche, a sud e a nord, risentono rispettivamente della maggior vicinanza alle regioni italiane da una parte e al mondo germanico dall’altra e danno ognuna una particolare impronta ai luoghi di culto disseminati nelle valli e quasi confluiscono nella città di Trento dove spesso la prevalenza delle varie scuole di artisti, di area nordica o lombardo-veneta, viene determinata dai “principi vescovi”.
Il lavoro di tesi svolto sul Crocifisso ligneo nella Sacrestia dei Mansionari nel Duomo di Como (h77cm, l 73 cm, p13 cm) si propone di raccontare in maniera approfondita l'intervento di restauro condotto sull’opera, ripercorrendo passo dopo passo tutte le fasi e le motivazioni che hanno portato alle scelte determinanti per l’intervento stesso.
Il coro ligneo appartenente alla chiesa di Santa Maria degli Angeli della Certosa di Banda (borgata di Villarfocchiardo, Valle di Susa, Torino) è ritenuto essere uno degli arredi liturgici più antichi in territorio piemontese. Il restauro di questo arredo ha consentito a reperire informazioni rispetto alla sua storia e datazione, a sostegno della tesi per la quale un intervento di restauro sia una fase determinante per una completa conoscenza di un’opera.
Il restauro delle statue lapidee frammentarie è stato affrontato in ogni epoca secondo le specifiche necessità di fruizione, gli strumenti a disposizione ed il valore simbolico attribuito alla singola opera. Le modalità d’intervento tardo-antiche non sono molto diverse da quelle dei secoli successivi: s’interagiva con una certa disinvoltura sulla materia originale, che veniva spesso trasformata in un manufatto diverso e, almeno parzialmente, nuovo.

Il moderno restauro della statuaria antica comporta, forse più che in altri ambiti, la continua contrapposizione fra esigenze filologiche ed archeologiche; le une dettate dalla volontà di guidare la lettura dei fruitori nell’interpretazione dell’opera, le altre da quella di purificarne la visione, liberando il frammento archeologico da qualsiasi aggiunta che possa falsificarne aspetto e comprensione.
In occasione del Tirocinio finale, che conclude il corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Torino, mi sono occupato della grande tela raffigurante l’Ultima Cena dipinta da Giulio Cesare Procaccini nel 1618, approfondendo le problematiche connesse al restauro strutturale dei dipinti su tela di grande formato. L’opera, che misura 490 centimetri di altezza e 860 centimetri di lunghezza, è stata rimossa d’urgenza dalla controfacciata della chiesa della Santissima Annunziata del Vastato (Genova), nel dicembre 2013, in quanto presentava, in corrispondenza dello spigolo in alto a destra, una porzione piuttosto ampia di tela originale distaccata dal supporto ausiliario. Dopo il primo intervento di soccorso, il dipinto è stato affidato al di Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, dove è giunto il 30 settembre 2014.
Il presente studio esamina il restauro del bozzetto scultoreo dell’opera Carro di San Rocco di Pietro Consagra, oggetto di tesi di laurea in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali presso l’Università di Palermo, e della relazione che intercorre tra l’opera all’aperto e il suo prototipo.
L’opera è attualmente conservata all’esterno del Baglio Di Stefano, sede della Fondazione Orestiadi, e rappresenta un carro processionale realizzato da maestranze locali nel 1983, dedicato a San Rocco patrono del Comune di Gibellina in Provincia di Trapani.

L’elaborato di Tesi di Laurea Magistrale ha per oggetto lo studio, l’intervento conservativo e la ricomposizione di alcuni lacerti musivi di epoca romana provenienti dall’area del Gruppo Episcopale di Asti. I reperti, strappati durante le fasi dello scavo archeologico (2001-2009), appartenevano a tre ambienti di prestigio di una domus romana. Attraverso lo studio della documentazione di scavo e il confronto con pavimentazioni musive pertinenti per lo più alla medesima area geografica, sono state confermate le datazioni già proposte nell’edito (I-II secolo d.C.).

Il presente elaborato tratta l’intervento di restauro e le analisi scientifiche condotte sul cratere a figure rosse attribuito al Pittore di Locri (numero inventario 105434), risalente al 380-360 a.C. L’opera è stata rinvenuta in frammenti nel 1956 durante gli scavi archeologici della Necropoli di Lucifero, a Locri Epizefiri, ed è stata conservata fino a qualche anno fa nei magazzini del Museo Nazionale Archeologico di Reggio Calabria. 

<<“Il Burrini si è acconciato più volte, su richiesta di nobili famiglie bolognesi, a ritrarre di fantasia i loro antenati. E così fece, mi sembra, anche per i suoi più assidui protettori, gli Albergati“>>. E’così che Luigi Riccòmini ricorda una delle pochissime serie superstiti dei ritratti di nobili personaggi bolognesi, ultimo e recentissimo acquisto della Fondazione Carisbo (Giugno 2014), il cui provvidenziale intervento ha evitato la dispersione e l’allontanamento dalla città di quattro ammirabili esempi di celebrazione dinastica di una famiglia senatoria così importante. I quattro ovali, provenienti da Villa Albergati di Zola Predosa, raffigurano due Papi e due militari in preziosa armatura, ciascun personaggio ritratto è inoltre accompagnato da alcune iscrizioni su finte lapidi, che ne specificano il nome e ne raccontano le valorose imprese. Tutti i dipinti non posseggono né una precisazione cronologica né alcuna firma dell’autore, sono caratterizzati da grandi dimensioni quali immagini di valore celebrativo e documentario e sono stati attribuiti al pittore bolognese Giovanni Antonio Burrini in una monografia a lui dedic

Il presente elaborato di tesi magistrale tratta lo studio interdisciplinare e il progetto di restauro condotto su una Stele Lapidea proveniente dal Museo Egizio di Torino. 

L’elaborato ha come argomento lo studio e la ricerca finalizzata all’intervento conservativo sul dipinto Misure e segni. Curvature realizzato dalla pittrice Bice Lazzari nel 1967.

L’opera post-informale proveniente dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia presentava alcune problematiche conservative principalmente a carico degli strati pittorici.
Il patrimonio culturale rappresenta l’identità culturale collettiva della nostra società, il nostro passato, presente e futuro; è considerato come un fattore di sviluppo sociale e come un bene strategico da “mettere a valore” per incrementare l’economia nazionale; è universalmente riconosciuto ma non sempre la sua tutela viene vista come una priorità.
La riscoperta dopo decenni di oblio del Ciclo della Pesca, eseguito in occasione delle celebrazioni per il Cinquantenario dell’Unità d’Italia, ha posto stimolanti interrogativi sulle possibilità operative in fase di restauro. In particolare L’Uscita al mare ha offerto un’ampia casistica di studio rispetto alla diverse alterazioni presenti e alla relativa declinazione applicativa su di un’opera di grandi dimensioni e con gravi difetti di adesione degli strati pittorici. Il restauro ha permesso di fare una sintesi delle competenze interdisciplinari acquisite, lavorando su un manufatto con elementi trasversali a più settori: strati pittorici di tipo industriale applicati su un supporto tessile tradizionale per la definizione di un’opera che simula un dipinto murale.
La tesi prende in esame la Peota di Carlo Emanuele III di Savoia, costruita a Venezia nel 1730 per la Corte Sabauda. L’opera, di proprietà di Palazzo Madama- Museo Civico d’Arte Antica di Torino, dal settembre 2011 è stata trasportata presso i laboratori del CCR di Venaria Reale dove è stato possibile effettuare il restauro, ed esposta nella Scuderia juvarriana della Reggia dall’autunno 2012.
Nel presente studio si è analizzato principalmente il carattere lusorio dell’imbarcazione, contestualizzandola con altre situazioni dell’epoca. In quest’ambito è stata fornita una chiave di lettura sull’apparato decorativo scultoreo e pittorico che adorna la barca a fondo piatto, rendendola in tal modo uno strumento di esaltazione e glorificazione del potere reale, nonché mezzo di utilizzo per feste e particolari cerimoniali della Corte Sabauda.
Il ritratto di donna, oggetto di tesi, è un dipinto della metà del 1900, di autore ignoto, proveniente dal deposito della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis. In passato faceva parte delle collezioni del Museo Nazionale di Palermo, l’attuale museo Archeologico Salinas. Sulla porzione inferiore del verso è visibile un’iscrizione a matita “Quadro di Guido”. Grazie ad una serie di corrispondenze cronologiche, oltre che stilistiche, ho potuto attribuire l’opera all’autore Guido Gregorietti. Il pittore, operante nella prima metà del novecento palermitano, fu anche restauratore e, alla fine della II Guerra, lavorò nell’imponente Casa Professa.
L’oggetto della Tesi di Laurea Magistrale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali qui presentato è costituito da un cofanetto in legno dipinto porta-ushabti “CAT.2441” risalente al Terzo Periodo Intermedio (1100-650 a.C. circa) proveniente dalla collezione della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.
Lo studio affronta una ricerca multidisciplinare sulla raccolta di dipinti del monastero di Santa Chiara di Fermo (FM), con particolare attenzione alla loro analisi conservativa e alle cause di degrado, insieme allo studio storico del contesto di origine e il restauro di uno dei dipinti, una tela realizzata a tempera e olio raffigurante la Madonna delle Grazie di fine Quattrocento.

Il Monastero di Santa Chiara con la chiesa annessa si trova nel centro storico della città di Fermo. Fondato alla fine del XV secolo, è stato ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa da papa Giulio II nel 1505 e da allora è abitato, quasi senza soluzione di continuità, dalle suore del Secondo Ordine Francescano.

Il restauro eseguito durante una tesi di laurea in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Palermo, ha previsto una prima fase di ricerca storico-artistica e di valutazione dello stato di conservazione del manufatto, seguita da una campagna diagnostica che ha affiancato ogni fase dell’intervento e il restauro vero e proprio dell’opera in cui sono state impiegate, oltre alle classiche metodologie, delle cellule vitali di Desulfovibrio vulgaris per la pulitura. 

Il Libro dei Reggimenti datato 1565-1583 è un unicum i tutti i sensi. E’ uno dei 33 volumi che compongono il fondo documentale storico di Roccaraso (oggi conservato presso l’Archivio di Stato dell’Aquila), ultima testimonianza del passato di questa città prima della sua distruzione durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il mio elaborato di tesi si è focalizzato sull’intervento di restauro del dipinto a olio su ardesia raffigurante una Madonna con Bambino, collocata nel primo chiostro della basilica di san Francesco d’Assisi a Palermo. Il progetto ha previsto un intervento completo che a partire dalle problematiche del restauro, ha portato alla sperimentazione in laboratorio per la scelta del protettivo più idoneo per il dipinto nel complesso ambiente di conservazione, supportata dal monitoraggio dei parametri ambientali.
L’elaborato di Tesi Magistrale proposto raccoglie quanto fatto in occasione dell’attività di Tirocinio finale che ha avuto come oggetto le superfici lapidee policrome messe in opera per la cappella di San Giuseppe (1733-1738), progettata dall’Architetto di Casa Savoia Filippo Juvarra e allestita all’interno del transetto sinistro della chiesa di S. Teresa a Torino. In particolar modo l’attenzione si è concentrata sul rivestimento “marmoreo” relativo alla parete destra della cappella, punto di riferimento stilistico per l’allestimento dell’intero repertorio decorativo della chiesa.
Lo studio interdisciplinare del manufatto è stato condotto su più fronti che, parallelamente, hanno affrontato un’approfondita ricerca bibliografica ed archivistica affiancata, al contempo, ad un’attenta osservazione delle superfici lapidee e ad uno scrupoloso studio petrografico, al fine di mettere il più possibile ordine nelle varie vicende che nel corso dei secoli hanno interessato il monumento e di far luce sulle modalità esecutive settecentesche, in relazione ai litotipi scelti per l’occasione.
Questa tesi analizza in dettaglio sia la storia conservativa dell’ex cinema Airone - progettato negli anni ’50 dagli architetti Libera, Montuori insieme all’ingegnere Calini - sia quella del dipinto murale astratto di Capogrossi, collocato sul soffitto dello scalone di ingresso dell’ ex cinema.
Tale progetto di tesi nasce dalla necessità di studiare ed individuare possibili accorgimenti, utili a contrastare l’inevitabile degrado dei dipinti su tela, causato dalla costante esposizione ad elevati livelli di umidità relativa. La problematicità di non poter agire direttamente sulle condizioni microclimatiche dell’ambiente conservativo, ha fatto focalizzare l’attenzione sia sui materiali di restauro, sia sulle accortezze da prendere in fase di ricollocazione.
Fin dai primi anni del Trecento, la traslazione del Sacello mariano fece diventare Loreto un centro religioso e culturale di notevole importanza e, di conseguenza, portò alla trasformazione della piccola cappella ad esso destinata nell’attuale Santuario mariano, importante meta di pellegrinaggio cattolico. La fama che il sacro luogo ottenne durante il corso dei secoli spinse numerosi artisti a replicare il sacello, sia su stampa che in copie reali, imitandone anche il suo rivestimento marmoreo cinquecentesco progettato da Donato Bramante.
Tale contributo si configura come uno studio interdisciplinare di un dipinto su tela ed è finalizzato alla progettazione ed alla realizzazione del suo restauro. L’opera in oggetto è titolata “Madonna con Bambino e santa Cristina”, è attribuita ad al pittore caravaggesco romano Antiveduto Gramatica. La sua realizzazione è stimata nella prima metà del Seicento, su commissione della corte sabauda per il Palazzo Reale di Torino. L’opera in esame è costudita, sotto la tutela della Soprintendenza dei Beni Architettonici e il Paesaggio per le Province di Torino, Asti, Cuneo, Biella, e Vercelli, nel castello di Moncalieri nella cappella dell’ appartamento di Vittorio Emanuele II.
L’intervento di restauro oggetto della mia tesi ha interessato la transenna romana realizzata in pietra calcarea organogena appartenente al monumento di Obulacco (metà del I secolo a.C.), oggi posto all’interno del Parco delle Rimembranze a Sarsina (FC).
Durante il restauro del monumento di Obulacco avvenuto nell’anno 2014, dato il precario stato di conservazione della transenna, la Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna ne ha deciso lo smontaggio dalla sede originaria, per procedere ad un intervento conservativo finalizzato alla valorizzazione in sede museale (Museo Archeologico Nazionale di Sarsina).

L’elaborato di tesi si propone di illustrare lo studio e l’intervento di restauro condotto, su unframmento di dipinto murale e cornice in stucco staccato e inserito in un sistema di supportopolimaterico.

L’elaborato di tesi ha come oggetto lo studio e l’intervento di assemblaggio di una statua raffigurante la dea Venere con delfino, in una variante assimilabile al tipo Medici. L’opera fa attualmente parte delle collezioni storiche del Museo di Antichità di Torino ed è composta da quattro parti non coeve: un busto di epoca romana acefalo, mancante di entrambe le gambe e parte delle braccia; e tre pezzi di integrazione di epoca rinascimentale, risalenti ad un intervento di completamento del busto. Questi comprendono la testa, il braccio destro mancante di tutte le dita e il basamento, sul quale poggia la gamba sinistra intera fino al ginocchio, adesa a un tronco d’albero e a un delfino, e un lacerto del piede destro. 
Opere: Scudi 611 ’87 e 5514 ‘87
Datazione: inizio XX sec.
Provenienza: Etiopia
Proprietario: Museo Nazionale Preistorico
ed Etnografico “Luigi Pigorini”


Gli oggetti polimaterici, soprattutto se provenienti da collezioni etnografiche, possono costituire un sistema particolarmente complesso in cui l’etica della conservazione e le problematiche conservative impongono specifiche soluzioni. Gli scudi Amhara 611 ’87 e 5514 ’87 sono costituiti da materiali eterogenei (diversi tipi di cuoio, metallo, filati, carta) e hanno rappresentato un’opportunità per studiare nuove metodologie d’intervento che assicurino la conservazione e la trasmissione del patrimonio culturale della popolazione che li ha prodotti.
Il lavoro di tesi presenta la fase di studio e le scelte metodologiche attuate per condurre l’intervento di conservazione e restauro su due tavole dipinte, raffiguranti santa Chiara e san Leonardo, attribuite a Giovanni di Pietro da Pisa, pittore operante a Genova nei primi decenni del Quattrocento. I dipinti, appartenenti alla collezione privata Balbo Bertone di Torino, erano conservati presso i depositi del Museo civico di Arte Antica di Torino.

La mancanza di dati riguardo alle due tavole ha spinto a condurre un’approfondita indagine storico-critica, al fine di ricostruire la storia e il contesto di provenienza delle opere. Le informazioni raccolte hanno permesso di accertare l’appartenenza dei due dipinti ad un polittico, poi smembrato e venduto sul mercato antiquario.
Il primo elaborato verte alla salvaguardia delle immagini dei negativi fotografici di scena su supporto di acetato di cellulosa, in deposito presso l’archivio fotografico della Cineteca di Bologna. Il lavoro è caratterizzato da un approccio scientifico e sperimentale in cui l’indagine conoscitiva circa la natura dei negativi Titanus è il filo conduttore del restauro svolto: questo, a sua volta, si è concentrato sulle due nature dell’immagine, quella fisica e quella virtuale.
In questo elaborato si esporranno tematiche direttamente inerenti al dipinto murale raffigurante S. Francesco che riceve le stimmate, conservato presso Palazzo dei Normanni a Palermo. Il dipinto inizialmente venne attribuito da molti, inconsapevolmente, a Pietro Novelli, illustre pittore siciliano della prima metà del ‘600. È bastato però approfondire le ricerche bibliografiche per confermare dubbi e ipotesi che, una volta montato il ponteggio e osservato da vicino il dipinto, affiorarono prepotentemente.
Questo lavoro descrive la ricerca e l’intervento di restauro effettuati su un brano musivo a motivo geometrico proveniente dal Cairo, datato al XV secolo e caratterizzato dalla presenza di lacune “integrabili” e lacune non integrabili, le cui vicende storiche hanno portato alla perdita delle tracce relative alla sua provenienza, facendone “dimenticare” il valore artistico e determinandone un quasi abbandono.
Un problema conservativo piuttosto comune riscontrabile nel restauro dei dipinti murali è il distacco dei diversi strati costituenti il supporto della pittura causato da stress fisici e meccanici di varia natura. A seconda delle caratteristiche e della conformazione del distacco una delle soluzioni possibili è colmare la cavità creatasi tramite l’iniezione di un materiale riempitivo in grado di rimettere in contatto e far riaderire tra loro gli strati separati.
Il restauro del dipinto su tela “Ritratto di fanciullo” della Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo ha previsto l’approfondimento della fase di stuccatura. L’opera dei primi del ‘900, di cui non si conosce né autore né provenienza, raffigura un fanciullo vestito di tutto punto in piedi di tre quarti con il piede sinistro leggermente arretrato rispetto all’altro e con la mano destra poggiata al fianco, probabilmente il figlio di una famiglia dell’alta borghesia palermitana.
Il presente lavoro ha come oggetto lo studio dei modelli architettonici contemporanei, dei procedimenti costitutivi e dei problemi conservativi che li caratterizzano, al fine di individuare una adeguata metodologia di intervento che tenga conto della loro natura polivalente. Una panoramica storica riguardo l’evoluzione della funzione d’uso che ne ha determinato l’origine ha permesso di definire l’odierno carattere autorappresentativo delle maquette. I modelli architettonici vengono analizzati nel ruolo funzionale che ricoprono all’interno dell’iter progettuale e nell’odierno significato storico-estetico che assumono.
Il presente lavoro illustra il restauro conservativo di due esemplari appartenenti alla Biblioteca Provinciale dei Cappuccini di Bologna, un “Graduale Romano” a stampa del 1680 e un manoscritto musicale di “Sonate a 4 mani del Clementi” del XIX secolo. Entrando più nello specifico, si tratta nel primo caso di un volume in tutta pelle con assi lignee, con decorazioni eseguite a secco sul cuoio, tipiche del XVII secolo, provvisto di borchie in ottone su entrambi i piatti e bindelle di chiusura. Nel secondo caso, si tratta di un volume manoscritto con coperta in cartone, ricoperto con carta marmorizzata.
La storia della miniatura indiana segue un andamento diverso e precipuo rispetto alla miniatura occidentale, con cui condivide similitudini nella sola genesi: entrambe nate per la decorazione di manoscritti. Mentre la miniatura occidentale gradualmente decade dopo l’invenzione di Gutenberg, la miniatura indiana mantiene il suo ruolo e acquisisce autonomia: viene prodotta in fogli singoli, le sue dimensioni si ampliano, tanto che l’espressione miniatura si riferisce qui alla finezza del dettaglio più che alla dimensione dell’opera.
La presente ricerca intende testare l'applicazione delle dispersioni di nanoparticelle di idrossido di calcio in cicloesano ed etanolo messe a punto dal Consorzio per lo Sviluppo dei Sistemi a Grande Interfase dell'Università di Firenze per la deacidificazione dei supporti cellulosici, studiandone l'interazione con alcune pellicole pittoriche industriali impiegate per i dipinti su tela contemporanei.
L’idea di fare delle Polene l’argomento centrale della mia tesi nasce da un progetto svolto nell’inverno 2013, nel quale noi studenti della Scuola di Conservazione e Restauro dell’Università di Urbino Carlo Bo abbiamo condotto, con l’ausilio della professoressa Emanuela Conti, delle interviste nell’ambito della ricerca commissionata dalla Provincia di Pesaro e Urbino al Dipartimento di Economia, Società, Politica. Titolo della ricerca: “La fruizione culturale dei cittadini di Pesaro e la valorizzazione socioeconomica del Museo della Marineria Washington Patrignani”.
Il fondo Di Segni (1928 - 1937) è costituito da trentasei film amatoriali che raccontano eventi legati alla storia della famiglia Di Segni ed ai loro più stretti parenti, le famiglie Della Seta e Sonnino. Le caratteristiche intrinseche di questo fondo cioè il periodo storico in cui è stato realizzato, il fatto che le famiglie Di Segni, Della Seta, Sonnino siano membri della comunità ebraica, l’estrazione sociale, il ruolo attivo che molte delle persone riprese avevano nella società italiana di allora e le vicende che hanno vissuto alcune di queste in quegli anni, rendono questo gruppo di pellicole un’unità documentaria unica nel suo genere, nata come film di famiglia ma che diventa un vero e proprio documento storico.
Lo studio e il restauro affrontato nel seguente lavoro di tesi magistrale è stato svolto su un’armatura giapponese proveniente dall’Armeria Reale di Torino. L’armatura, denominata B54, entrò a far parte delle collezioni del museo nel 1871 quale dono da parte dell’imperatore del Giappone a Vittorio Emanuele II. Dopo un primo periodo di esposizione, l’opera venne ricoverata nei magazzini nel 1968 a causa di una revisione dell’assetto museale.

Da una prima analisi macroscopica si è evidenziato come l’armatura sia nel suo insieme il risultato di un assemblaggio di differenti parti.
Il Giardino dei Tarocchi, conosciuto anche come i Mostri di Capalbio, è un ben noto parco di sculture, realizzato, fra 1979 e 1998, dall’artista franco-americana Niki de Saint Phalle a Garavicchio, un piccolo rilievo della bassa maremma a pochi chilometri dal mare e non lontano dal paese di Capalbio. Ispirato alle prime ventidue carte dei Tarocchi, il Giardino trae origine da due principali radici storiche: Il Sacro Bosco, anche conosciuto come Parco dei Mostri, e il Parc Güell.
Il presente lavoro di tesi cerca di ricreare un percorso di ricerca multidisciplinare su un rotolo pergamenaceo di quasi 5 metri, datato 1244, conservato, con la segnatura A.A. Arm. I-XVIII 3328, presso l'Archivio Segreto Vaticano: si tratta della verbalizzazione dell'inchiesta per la canonizzazione di un monaco sublacense, Lorenzo “Loricato”.
Il presente elaborato riguarda lo studio e il restauro di una statuetta di lararium in alabastro gessoso raffigurante Venere, proveniente dalla cosiddetta Casa di Championnet I (VIII, II, 1-3) a Pompei.
Il cantiere di studio e di intervento di restauro campione è stato l’occasione per accedere alla più ampia conoscenza di un manufatto di cui datazione e tecnica di realizzazione erano poco conosciute. I frammenti marmorei erano stati rinvenuti durante diverse campagne di scavo fra otto e novecento; la ricostruzione fu ideata, con probabilità intorno al 1960 per rappresentare un brano dell’elemento architettonico antico.