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GRU>ARCHIVIO>ABSTRACT>P>Pedocchi Marcello - Il restauro della transenna appartenente al monumento di Obulacco a Sarsina*
L’intervento di restauro oggetto della mia tesi ha interessato la transenna romana realizzata in pietra calcarea organogena appartenente al monumento di Obulacco (metà del I secolo a.C.), oggi posto all’interno del Parco delle Rimembranze a Sarsina (FC).
Durante il restauro del monumento di Obulacco avvenuto nell’anno 2014, dato il precario stato di conservazione della transenna, la Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna ne ha deciso lo smontaggio dalla sede originaria, per procedere ad un intervento conservativo finalizzato alla valorizzazione in sede museale (Museo Archeologico Nazionale di Sarsina).

Nell’ambito della convenzione stipulata tra la Soprintendenza Archeologia e l’Accademia di Belle Arti di Bologna, è stato a me affidato tale intervento conservativo.

Facendo parte di un monumento esposto in ambiente esterno, la transenna è stata soggetta per lungo tempo all’azione degli agenti atmosferici, i quali avevano portato alla formazione di croste nere e macchie scure, oltre ad un consistente attacco di microrganismi nella parte inferiore dell’opera.
Il degrado più consistente è stato però causato dalla presenza dei materiali inseriti all’interno dell’opera durante il restauro degli anni ‘30 del ‘900, quali perni in ferro ossidato e cemento, che in presenza di umidità dovuta all’ambiente esterno, hanno prodotto delle sollecitazioni meccaniche sulla pietra, portandola alla fratturazione con distacco e caduta di frammenti.

Data la grande quantità di frammenti e parti staccate l’una dall’altra, si è deciso di procedere realizzando grafici a contatto in scala 1:1 al fine di consentire lo svolgimento delle successive operazioni, che inevitabilmente hanno previsto il momentaneo spostamento dei frammenti superficiali per arrivare a sanare la situazione interna della transenna, senza perdere il riferimento della corretta posizione di ognuno di essi e facilitando la fase di ricomposizione, dove ogni frammento sarebbe stato riposizionato nella sede originaria.
Solo dopo aver spostato i frammenti superficiali sui corrispettivi rilievi grafici si è potuto procedere alla rimozione dei perni degradati e del cemento presenti all’interno dell’opera.

Nella prima fase di ricomposizione sono stati incollati i frammenti più piccoli che dovevano essere posizionati sulle superfici interne della transenna, mentre successivamente si è proceduto con l’incollaggio di tutti gli altri frammenti di più grandi dimensioni.
L’incollaggio è avvenuto applicando una goccia di resina epossidica bicomponente su un sottile strato di Paraloid B72 sciolto in Acetone al 10%, precedentemente steso in minima quantità sulle due superfici dei frammenti da ricongiungere.
L’uso del Paraloid B72, quale primer, rende possibile con l’utilizzo di solventi l’allentamento dell’incollaggio nel caso in cui in futuro si debba intervenire nuovamente sull’opera. Ultimata la ricomposizione dell’opera si è proceduto con la disinfestazione dall’attacco microbiologico di licheni e patine organiche, applicando a pennello il prodotto disinfestante Biotin R diluito al 5% in White spirit.

Le successive operazioni di pulitura, eseguite ad impacco con carbonato di ammonio al 10% per un tempo di posa che variava dai 15 ai 30 minuti, e di integrazione delle lacune e delle fessurazioni, facendo uso di una malta composta da polvere di marmo e Primal B60 al 10%, sono state due fasi del restauro della transenna avvenute in stretta correlazione, compiute alterando l’una e l’altra secondo un processo graduale al fine di ottenere un avvicinamento progressivo al risultato finale.
Terminato il restauro, l’opera è stata esposta al Museo Archeologico Nazionale di Sarsina.


*Tesi di diploma accademico di secondo livello ciclo unico quinquennale a.a.2015/2016 in “Restauro di materiali lapidei e derivati; superfici decorate dell'architettura”, Accademia di Belle Arti di Bologna. Relatore: Prof. Augusto Giuffredi; Correlatore: Dott.ssa Antonella Pomicetti.


Pedocchi Marcello - Il monumento di Obulacco a Sarsina: la storia del rinvenimento e le metodologie di restauro del primo ‘900*


La necropoli romana di cui faceva parte il monumento di Obulacco, sorse e si sviluppò a partire dalla metà del I secolo a.C. nei pressi di Sarsina (FC), e fu frequentata fino agli inizi del III secolo d.C. quando una frana, probabilmente causata da un terremoto, ostruì il corso del fiume Savio, creando un ampio invaso lacuale che la sommerse.
Nel mese di luglio del 1929, durante le campagne di scavo che riportarono alla luce la maggior parte delle sepolture che componevano l’antica necropoli, tra i blocchi lapidei appartenenti al monumento di Obulacco si rinvennero anche una serie di frammenti costituenti una transenna. Nello stesso anno, tutti gli elementi lapidei costituenti il monumento vennero portati al Museo Archeologico di Sarsina per essere restaurati.

Tale incarico fu affidato al restauratore Antonio Freni dell’Opificio delle Pietre dure di Firenze, il quale dal 4 aprile al 22 maggio 1930 intervenne sulla transenna ricongiungendo i 24 frammenti che la componevano mediante l’applicazione di cemento e l’inserimento di 39 perni in ferro e 6 grappe.

La pratica di restaurare manufatti in pietra mediante l’inserimento di perni in ferro fissati con applicazioni di cemento, ricongiungendo elementi staccati, non si è rivelata essere una procedura compatibile con il materiale lapideo.
Fu soprattutto tra gli anni ‘20 e gli anni ‘40 del ‘900 che il cemento ebbe il momento di massima affermazione nel campo del restauro dei monumenti.
Si pensò che per garantire una lunga durata ai manufatti indeboliti, bisognasse consolidarli applicando prodotti il più resistenti possibile, spesso con l’intento di voler raggiungere una soluzione “finale”, che risolvesse il problema in maniera definitiva.

L’utilizzo più consistente del cemento, unitamente all’impiego di armature in ferro, si ebbe fino alla seconda metà del ‘900, quando se ne scoprirono gli effetti nocivi causati alle opere.
Il ferro infatti è un metallo suscettibile all’ossidazione e questo porta ad una sua espansione all’interno della pietra causando fratturazioni, distacchi e cadute di frammenti.

Il cemento invece, oltre ad essere responsabile della formazione di sali solubili, crea un legame eccessivamente forte con il materiale lapideo, in caso di sollecitazioni meccaniche questo porta il cemento a strappare materia dalla superficie della pietra.
A fronte degli effetti devastanti subiti dalla pietra, la difficoltà che oggi ci si trova a dover affrontare è quella di individuare la metodologia più adeguata per ottenere il risanamento del manufatto.

È importante capire se la rimozione del cemento è veramente necessaria, considerando i possibili benefici dati dalla sua rimozione o se tale operazione invece potrebbe produrre ulteriori danni. Infatti è proprio la qualità del cemento di essere strettamente solidale con i materiali lapidei originali a rendere la fase di rimozione molto delicata e rischiosa, dovendo intervenire, nel peggiore dei casi, con strumenti invasivi e impiegando forze meccaniche eccessive per consentirne il distacco dalla superficie lapidea.

Pertanto, la rimozione dovrebbe essere attuata nei casi in cui il cemento ha causato gravi danneggiamenti al manufatto o esiste un serio rischio che esso possa essere causa di degrado in futuro. Nei casi in cui il cemento non ha sviluppato alcun tipo di degrado, e si trova in zone che si presentano ancora in buono stato, una sua rimozione non è consigliabile.


*Tesi di diploma accademico di secondo livello ciclo unico quinquennale A.A. 2015/2016 in “Restauro di materiali lapidei e derivati; superfici decorate dell'architettura”, Accademia di Belle Arti di Bologna. Relatore: Prof. Augusto Giuffredi; Correlatore: Dott.ssa Maria Teresa Pellicioni.

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